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Piazza Navona è una delle più antiche e ricche di storia tra le piazze di Roma. La piazza deve la sua forma allungata alla costruzione originaria di uno stadio, qui realizzato dall'imperatore Domiziano.

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Michelangelo
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Nonostante l'artista in una lettera al padre nel 1509 scrivesse: «E questa è la difficultà del lavoro, e anchora el non esser la mia professione», la padronanza michelangiolesca del colore, emersa a seguito della pulitura degli affreschi, non poté certo essere stata improvvisata in pochi mesi, ma può esser fatta risalire al periodo di tirocinio nella bottega del Ghirlandaio. Era fatale che Michelangelo dovesse lavorare sempre solo: congedò in modo brutale i pittori fiorentini che erano stati chiamati per aiutarlo in quanto esperti dell'affresco, dopo aver tolto l'impalcatura fissa, predisposta dal Bramante, che però non rendeva possibile lo svolgimento delle cerimonie liturgiche, e progettato al suo posto una struttura pensile con gradini laterali in modo tale da non lasciare buchi a lavoro ultimato. Tra il 1508 e il 1510 Michelangelo eseguì la decorazione della prima parte della volta che si interruppe per l'assenza di Giulio II e la mancanza di soldi; fu ripresa tra il 1511 e il 1512. In quattro anni di duro lavoro in una posizione che gli provocò anche seri disturbi alla vista, dipinse la volta con le Storie della Genesi, gli Ignudi, i Profeti , le Sibille , le Miracolose salvazioni d'Israele e i Re biblici da bambini nelle vele e nelle lunette. Il papa, impaziente di vedere il lavoro, un giorno minacciò di buttarlo giù dall'impalcatura e quando gli affreschi furono scoperti tutti ammutolirono per la sorpresa e l'ammirazione. Vasari scrisse: «Questa opera è stata ed è veramente la lucerna dell'arte nostra, che ha fatto tanto giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo». Tre mesi e mezzo dopo l'inaugurazione della Cappella Sistina Giulio II morì e Michelangelo riprese il progetto della tomba con gli eredi del papa, destinata ora alla chiesa di San Pietro in Vincoli, realizzandola in forma ridotta, con sette statue soltanto. Per essa scolpì due figure di schiavi i Prigioni (1513-36, Louvre, Parigi) e il Mosè (1515-16, San Pietro in Vincoli, Roma) che fu collocato al centro della tomba nella versione finale. Su questa scultura si sono soffermati studiosi e scrittori. Anche Sigmund Freud, affascinato dallo sguardo del profeta che sta indugiando prima di esprimere con violenza il suo disappunto nei confronti del popolo ebreo che ha rinnegato Dio mentre egli stava sul monte Sinai per ricevere le tavole della legge, in un suo saggio, Il  Mosè di Michelangelo (1914), ha ricercato l'origine del messaggio oscuro e ambiguo eppure così penetrante di quest'opera. Dopo un'attenta analisi della statua conclude dicendo che Michelangelo ha creato un altro Mosè che va al di là del Mosè storico, e tutta la prestanza fisica è il mezzo per esprimere qualcosa di nuovo: la volontà di «soggiogare la propria passione a vantaggio e in nome di una causa alla quale ci si è votati».
Michelangelo e i Medici


 
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