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Indice articolo
Michelangelo
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Nel giugno del 1531 si ammalò e qualche mese dopo un breve papale proibì a Michelangelo, sotto pena di scomunica, di lavorare ad altro che alla tomba di Giulio II e alle tombe medicee. Più volte il papa prese le sue difese con gli eredi di Giulio II che nel frattempo stipularono un quarto contratto. Neppure le tombe medicee ebbero migliore fortuna, poiché, morendo Clemente VII, Michelangelo si trovò fuori Firenze dove non poté più ritornare per timore di essere ucciso. Dal 23 settembre 1534 Roma fu la sede definitiva dell'artista fino alla morte; d'altra parte nulla lo tratteneva più nella sua terra natale: durante la peste del 1528 aveva perso il fratello cui era molto affezionato e il padre nel giugno del 1534.
«L'amor di quel ch'i' parlo in alto aspira»
La sensazione che il mondo gli stesse crollando attorno fu superata dall'amore per Tommaso dei Cavalieri, gentiluomo romano, di incomparabile bellezza fisica ma anche di costumi gentili e di eccellente ingegno, che gli fu devoto fino alla fine e dopo la morte fu esecutore delle ultime volontà. Inoltre nel 1535 conobbe Vittoria Colonna: i suoi sonetti, composti nella solitudine e nel ricordo dell'amore per il marito morto, l'avevano fatta apprezzare in tutta Italia e i grandi scrittori del tempo erano in relazione con lei. La religione e le idee di una riforma cattolica l'avevano entusiasmata tanto da diventare l'anima di un gruppo di persone che intendevano la religione pura da ogni potere mondano. Quando ella morì Michelangelo, che le aveva già dedicato altre rime, compose due sonetti: l'uno, ispirato all'idea platonica, paragona Vittoria al martello dello scultore divino che suscita i pensieri più elevati; l'altro, esalta la vittoria dell'amore sulla morte. In questi anni, sotto papa Paolo III Farnese (1534-49), Michelangelo eseguì le ultime grandi opere: il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, gli affreschi della Cappella Paolina e infine la tomba di Giulio II. Per comprendere l'arte di quest'ultimo periodo occorre sottolineare una forma di misticismo che allontanava Michelangelo dal contatto diretto con la natura e gli faceva credere, come riferisce Francisco de Hollanda, che il pittore non dovesse essere soltanto esperto di soggetti religiosi ma «deve tener buona vita e, se possibile, essere santo». Questo aspetto lo avvicina al pensiero di Savonarola sull'arte religiosa. Dall'aprile 1536 al novembre 1541 fu occupato nell'affresco del Giudizio Universale, che esprime appunto la sua nuova visione dell'arte e della vita. La bellezza fisica come fine a se stessa non interessava più Michelangelo; essa diventava invece un mezzo per significare uno stato spirituale superiore. Durante questi lavori, racconta Vasari, il papa lo andava spesso a visitare accompagnato dal suo maestro di cerimonie Biagio da Cesena, il quale, richiesto di un suo parere, affermò che tutte quelle nudità sarebbero state più adatte a decorare una sala da bagno o un albergo. Michelangelo allora dipinse il ritratto di Biagio nel personaggio di Minosse all'inferno. E quando il cerimoniere si lamentò, Paolo III scherzando rispose di non poter far nulla nell'inferno dove non c'è alcuna redenzione. Anche l'Aretino trovò indecenti i suoi nudi, vendicandosi di alcune risposte negative avute dal maestro alle sue offerte di collaborazione.


 
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