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Evoluzione della pittura a Roma
Il secondo e il terzo stile o Stile Candelabro
Dal II° al III° Stile: lo Stile Candelabro
Sempre a Roma, in anni vicini a quelli in cui si possono datare le case di Livia ed Augusto, due altre case di grande prestigio furono decorate con pitture che, per le innovazioni introdotte possono essere attribuite a una fase di transizione fra il secondo e il terzo stile. La prima casa, nota con il nome di Aula Isiaca [dai soggetti del culto egizio di Iside e Serapide che sono rappresentante nella sala principale] si trova anch’essa sul Palatino e si data fra il 25 e il 20 a.C. L’altra casa, quasi certamente appartenuta a Marco Vespasiano Agrippa, è adagiata sulla sponda destra del Tevere, nei pressi della villa rinascimentale della Farnesina, da cui prende il nome, e fu decorata intorno al 19 a.C. In entrambe troviamo ulteriormente accentuate tutte le caratteristiche più note nell’ultima fase del II° secolo: progressivo appiattimento della decorazione su un unico piano e tendenza a semplificare gli elementi architettonici, trasformati talvolta in motivi di fantasia, mentre le scene figurate cominciano ad assomigliare sempre di più a veri e propri quadri con tanto di cornice, appesi alla parete. Proprio nella Casa della Farnesina assistiamo al nascere del cosiddetto stile candelabro, in cui sono appunto candelabri dipinti invece che colonne, a scandire la parete e a sostenere ghirlande sempre più esili. Ancora pochi anni e il terzo stile o stile ornamentale che si preannuncia come una reazione anti illusionista, fa la sua comparsa a Roma negli ambienti all’interno della Piramide di Caio Cestio, databile fra il 18 e il 17 a.C. Gli esempi più ricchi di questo nuovo gusto raffinato, in perfetta sintesi con l’elegante classicismo della cerchia augustea, si trovano però in Campania; a Pompei, nella Villa Imperiale, e a Boscotrecase, in quella di Agrippa Postumo. In questa pittura l’illusione prospettica è ormai scomparsa del tutto; gli elementi architettonici appaiono pochissimo aggettanti, poco più che decorazioni consistenti in piccoli colonnati o candelabri che si ramificano in steli fioriti; i paesaggi e le scene figurate, con pochi personaggi ben delineati sul fondo chiaro, si limitano a occupare l’edicola centrale. Rientrano nell’ambito del Terzo Stile anche alcune celebri pitture raffiguranti giardini recintati da transenne e balaustre, lussureggianti di alberi di frutto e arbusti fioriti che a Roma decoravano la Villa di Livia a Prima Porta (oggi al Museo Nazionale Romano)e un ninfeo sull’Esquilino, noto come Auditorium di Mecenate; a Pompei le case dei cubicoli floreali e di Cerere. Come per il secondo anche per il terzo stile possiamo individuare una fase ulteriore, a cavallo fra il regno di Tiberio e quello di Claudio, in cui si assiste di nuovo ad uno sfondamento prospettico da parte della zona mediana e superiore della parete e alla ricomparsa di architetture piuttosto articolate accanto all’edicola centrale, che preannuncia l’imminente mutamento di gusto del Quarto Stile. Esemplare di questa evoluzione è la decorazione del tablino nelle casa pompeiana di Marco Lucrezio Frontone databile nel secondo quarto del I° secolo d.C. |